Casa • 3 min

Arredamenti atipici

Scoprii in questo modo che la voce era in bagno e apparteneva al mobiletto con lo specchio, «ciao amico», mi disse. Amblivabol!

Il momento era topico: stavo rientrando in casa dopo una lunga giornata di lavoro. Non ero ancora in casa che sentii «ehiii, finalmente sei rientrato». Che bell'accoglienza, pensai. Peccato solo che vivo da solo e in casa non ci sarebbe dovuto essere nessuno.

Non riuscii a proferire parola. Ero veramente troppo confuso. Mi comportai come se non fosse successo nulla. Appesi la giacca, accesi la luce e mi avviai verso il bagno.

Scoprii in questo modo che la voce era in bagno e apparteneva al mobiletto con lo specchio, «ciao amico», mi disse. Amblivabol!

Ero così stanco che lì per lì lo guardai continuando a non dire niente. «Che fai? Non dici niente?», continuò ad incalzarmi.

«Che cosa vuoi?», dissi freddamente. Non mi rispose.

«Perché sei cosi duro con me?» cercava di ammorbidirmi. «Ascoltami, sono stanco, voglio solo andare di là a prendere una birra e sedermi sul divano a guardare la tv. Quindi te lo chiedo un’altra volta: che cosa posso fare per te? ... Sono stato abbastanza gentile ora?».

«Portami con te», mi rispose. «E come cazzo faccio? Ti smonto?».

«Potresti evitare questo linguaggio scurrile per piacere?», mi diede un'imbeccata. «Non c'è bisogno che mi tratti male solo perché sei stanco». E avevo usato solo la parola cazzo, immaginate se l’avessi accompagnata con tutto il repertorio.

Ne avevo già le palle piene. «Ma ti pare normale che il mobiletto del bagno mi parli?», così dissi e la sua risposta non si fece attendere. «E ti pare normale che tu rispondi e ti arrabbi anche?».

Effettivamente non aveva tutti i torti, «va bene» dissi, e la chiusi lì.

Senza spegnere la luce andai in cucina e mi diressi verso il frigo. «Ciao», era una voce gutturale, molto diversa da quella acuta e femminile del mobiletto del bagno.

E ora chi cazzo era? «Chi sei?», chiesi. «Come chi sono? Il frigorifero, no?».

«Anche tu parli?» replicai, «credi di essere l'unico a saper parlare?» ribatté.

«No. Normalmente però parlano le persone, non gli oggetti» cercai di essere ragionevole. «Quindi il mobiletto del bagno sarebbe una persona?», rispose tagliente. E anche tu hai ragione, pensai, ma non dissi niente. Allungai la mano prendendo la maniglia e tirai per aprirlo, «e no bello non mi apro così! Forse se mi chiedi per favore ...» sembrava irremovibile.

Chiesi «per favore ti apri e mi permetti di prendere una birra?»; rispose «per favore, Frigorifero», mi corresse.

Iniziai daccapo. «Per favore, Frigorifero, ti apri e mi permetti di prendere una birra?», avevo fatto ricorso a tutta la mia pazienza.

«Ma sai che l'alcool fa male?» disse. E a quel punto non mi trattenni più. Gli sferrai un calcione nella parte bassa. «Ahia! Che male, sei uno stronzo!».

Mi girai e andai verso il divano. Presi il telecomando e mentre stavo appoggiando le chiappone sul cuscino sentii «un momento». La voce roca era quella di un fumatore. Mi bloccai istantaneamente nella posizione dello squat, quella di uno che sta per cagare. «Chi è adesso?".

«Come chi è? Sono il divano!». Non poteva essere vero! Mi rimisi in piedi. Mi girai e lo guardai. «Va bene. Posso sedermi divano, per favore?» dissi con calma mal celata. «Potresti per favore mettere la tuta pulita anziché sederti con i pantaloni sporchi del lavoro?». Amblivabol!

Stavo per esplodere dalla rabbia. Riuscii a stento a trattenere un'imprecazione.

Presi con cautela il telecomando, fissandolo, aspettando che dicesse qualcosa. Non disse niente finché non premetti il tasto dell'accensione. «Arrogante e impertinente, hai chiesto a tutti per favore e a me no, maleducato».

Praticamente, avevo in casa dei cazzo di mobili parlanti.

Posai il telecomando sul divano. Senza pensarci due volte presi la giacca con l'intenzione di uscire. Appena poggiai la mano sulla maniglia del portoncino «ahahaha», una fragorosa risata mi sfondò le orecchie. «E credi di uscire cosi facilmente?», mi disse la porta.

Tolsi la mano dalla maniglia. «Quindi mi volete fare impazzire e mi tenete anche prigioniero in casa mia!», dissi. «Esattamente ... ahahah». Mi tolsi la giacca, me l'avvolsi intorno alla mano e iniziai a menar colpi sulla porta. Avrei distrutto tutti quei maledetti mobili. O almeno avrei menato colpi finchè ne avessi avuto la forza.