Mi accingevo a rientrare a casa. Era un venerdì come un altro. Pensavo ai progetti per il fine settimana e mi sentivo bene. A metà strada incrociai un gatto nero che mi fissò con i suoi occhi gialli. Dopodiché fece spallucce, si voltò e scomparì fra le inferriate di un cancello.
Superato il primo cancelletto, mi trovai di fronte al portoncino. Mentre stavo inserendo la chiave nella toppa sentii qualcosa grattare dall'interno; cosa fosse proprio non lo sapevo.
Titubante, girai la chiave. La prima mandata, la seconda e spinsi la porta. Mi si gettò sugli stinchi un cagnolino piccolo piccolo, bianco e beige.
Lì per lì rimasi sconcertato. Non avevo un cane e non sapevo da dove potesse essere sbucato. Entrai in casa con questo cagnolino alle calcagna.
Mi chiusi la porta alle spalle e fu come una doccia fredda. Il piccolo dolce cane si trasformò in un indemoniato. Mi si attaccò alle caviglie con tutta la forza che aveva.
Aveva piccoli denti aguzzi ma essendo piccolo non riusciva a mordermi oltre la caviglia, che peraltro era coperta da una spessa calza spugnosa.
Ero indeciso sul da farsi. Continuai a muovere qualche passo con il cagnolino alle costole. Era decisamente fastidioso, anche perché nella foga di mordermi perdeva un piccolo rivolo di saliva dall’angolo della bocca che si spargeva su di me e sul pavimento.
Andai in bagno e mi sciacquai. Il cagnolino era sempre lì come una strana appendice. Andai in cucina e mi sedetti.
Allungai la mano per toccarlo ma subito mi si staccò dalla caviglia e con sguardo arcigno mi ringhiò. «Senti cagnolino, non so da dove vieni ma questa è casa mia».
Il cane, ovviamente, non mi rispose e continuò a fissarmi arcigno. Ero sempre più indeciso sul da farsi; feci la sola cosa che mi parve sensata: mi avvicinai al frigo, presi una birra, l'aprii e me la divisi con il cagnolino. Versai la birra in un piccolo piattino di plastica che avevo in fondo alla credenza.
Bevemmo entrambi in silenzio e mi parve di sentire anche un piccolo rutto. Bravo cane, pensai. Sembrava leggermente più rilassato; continuava a guardarmi arcigno ma almeno non ringhiava e non mi mordeva la caviglia.
Fissandomi dritto negli occhi, si inclinò leggermente indietro, divaricò le zampette posteriori e mollò una cagata che sarebbe stata più appropriata per un cavallo. Si rimise comodo, si diede una scrollata e si allontanò schifato. Decisi di non pulire.
Un cane, non mio, un pò brillo, mi aveva appena mollato una cagata in cucina. Benissimo e ora? Ora il cagnolino era sospeso su due zampe, saltellava, come se stesse facendo un numero di cabaret. «Cos'è? Non ti piace?», sentii una voce profonda e rauca. Il cane stava parlando?
Non dissi niente temendo che fosse solo una voce nella mia testa ma continuai a fissarlo, lui saltellava allegro. «Neanche un applauso?».
Feci un timido applauso. Il cagnolino si rimise sulle quattro zampe «Hai qualcosa da mangiare?». Maledizione! Non riuscivo a capire se stesse parlando lui oppure no; non volevo dargli la soddisfazione di chiederglielo così intrapresi una strategia, secondo me, molto intelligente.
Mi alzai, mi avvicinai al frigo e presi un pezzo di formaggio, lo misi fra due fette di pane e lo tagliai a metà: una per me e una per lui. Gli diedi la sua metà e vidi, di sottecchi, che la divorava con foga. Mi parve di sentire un altro ruttino; anche io ne feci uno fragoroso.
Mi spostai sul divano e mi seguii. Si adagiò alla mia destra e continuò a fissarmi. Presi il telecomando e accesi la tv. Ogni tanto lo guardavo, lui era impassibile.
Mi persi fra i miei pensieri; non so bene quanto tempo passò ma improvvisamente mi ricordai del cane e mi girai verso di lui. Era immobile, esattamente nella stessa posizione in cui lo avevo lasciato. Allungai la mano ma questa volta non si mosse; continuai ad allungarla finché non lo toccai, era morbido ma freddo, sembrava più che altro un peluche. Amblivabol!
Cercai di spostarlo e lo mossi senza che lui reagisse in alcun modo. Pazzesco, si era trasformato in una specie di giocattolino. Ebbi anche il dubbio che mi fossi sognato tutto e così mi alzai e andai in cucina. La cagata era lì, immobile e fredda, non mi ero sognato proprio un cazzo.