Identità • 3 min

Pensavo di essere figlio unico

Senza girarci intorno, vidi me. O meglio, vidi un altro me.

Ero sulla strada di ritorno dall'ufficio, tirava una leggera brezza e mi sentivo felice mentre andavo verso casa.

Pregustavo già il divano, la birra e la tv. Come un pistolero con la sua Smith & Wesson avevo già le chiavi in mano da infilare prontamente nella toppa, prima del cancelletto e poi del portoncino di casa. Iniziavo a pensare a cosa mi sarei preparato di buono per cena quando mi si parò davanti proprio il cancelletto, lo superai e arrivai davanti al portoncino. Come di consueto, infilai la chiave ed aprii. Varcai la soglia allungando il dito per accendere la luce quando accadde qualcosa di strano. Ebbi un capogiro che durò meno di un secondo; fu come cascare in un buio tunnel e riemergere. Accesi comunque la luce.

Feci il primo passo. Era il mio appartamento ma c'era qualcosa di strano, soprattutto l'odore che aleggiava in soggiorno. Ci feci appena caso e mi chiusi la porta alle spalle.

Lasciata la giacca, andai in bagno a lavarmi rapidamente. Anche in bagno c'era qualcosa di strano: gli asciugamani erano giallini, non ricordavo di averne mai avuti di quel colore. Ci feci nuovamente poco caso, mi lavai e asciugai, e andai in cucina. La cucina era esattamente come me la ricordavo, meno male, sti caaazziii. Aprii il frigo e lì fu il dramma: non c'erano birre! Solo languide bottiglie di vino bianco, prosecco e qualcos'altro color giallo paglierino come il piscio il giorno delle analisi.

A stento trattenni un'imprecazione, di quelle toste, era impossibile che non ci fossero birre perché ne avevo prese parecchie il fine settimana precedente al supermarket.

Niente, dovevo uscire per andare a comprarne delle altre. Mi infilai la giacca, controllai che il gas fosse chiuso. Stavo per aprire la porta quando sentii dall'altra parte qualcuno mettere una chiave e cercare di aprire il portoncino. Non cercare, mi correggo, aprì il portoncino.

Quello che vidi mi fece provare un turbinio di emozioni che si manifestò con una mezza risata e un singolare stimolo ad andare in bagno. Cosa vidi, vi starete domandando, giusto?

Senza girarci intorno, vidi me. O meglio, vidi un altro me e non era come guardare lo specchio dove l'immagine riflessa fà esattamente quello che fai tu, quello era veramente un altro me. Amblivabol!

Ci guardammo increduli per qualche secondo. Lui fu il primo a parlare «che ci fai in casa mia?».

Non sapevo cosa rispondere; mi sforzai e dissi «cosa ci fai tu in casa mia?».

Ci guardammo per alcuni lunghissimi istanti. Fu lui a parlare di nuovo «levati dalle palle» e io, «levati dalle palle tu».

Ci stavamo andando a ficcare chiaramente in un'impasse, allora presi timidamente la parola «ma tu chi sei?» e lui «chi sei tu?».

E io «come ti chiami?» e lui «come ti chiami tu?». Niente, non aveva funzionato.

Pensai quindi a una soluzione drastica, «te l'ho chiesto prima io». E lui «embè?!?». Iniziava a starmi seriamente sui maroni o forse dovrei dire che stavo iniziando seriamente a starmi (stare a me stesso) sul cazzo.

«Senti ciccione pelato mi hai veramente rotto adesso». Pronunciammo questa frase contemporaneamente, se non avessi avuto una voglia irresistibile di birra poteva anche essere divertente quella situazione.

«Va bene. Senti, io devo andare a comprare delle birre perché te le sei bevute tutte» dissi. «Io non bevo birra, bevo solo vino», mi rispose.

La situazione era abbastanza grottesca. Ero bloccato davanti alla porta di casa mia di fronte a un me stesso tutto incappottato e con un'aria allibita (probabilmente la mia stessa espressione).

«Senti, vuoi entrare?», gli proposi per uscire da quella situazione. «Senti, vuoi uscire da casa mia?» mi rispose sardonico.

«Allora, innanzitutto questa è casa mia, non so chi tu sia, non so perché hai messo quei cavolo di asciugamani giallini in bagno e soprattutto non so come faccia a piacerti il vino bianco dato che sei me!». Continuai, «oggi ho avuto una giornata lunga in ufficio, ho fame, sete e mi fà male la schiena perciò levati davanti e non farti più vedere». Non sapevo più cosa dire, cosa fare e soprattutto cosa pensare. Ingenuamente allungai il braccio come per toccarlo ma si allontanò, «cazzo tocchi frocio?» si difese, «scusa, volevo vedere se fossi reale». Mi pungolò, «scusa ma tu mi sembri veramente un deficiente», con tono insolente. La situazione era degenerata. Mi girai dandogli le spalle e mi diressi flemmatico verso la poltrona senza aggiungere altro.