Oggetti • 4 min

Una pressa inaspettata

Il soffitto aveva toccato il pavimento e nel mezzo c'erano i miei piedi. Li vedevo come due hamburgers. La vista mi si annebbiò, mi distesi e chiusi gli occhi. Ciao!

Un'altra serata molto agognata. Ero fuori dall'ufficio e mi dirigevo verso casa. Ero abbastanza contento, anzi non vedevo l'ora di riposarmi. Entrai in casa e accidentalmente inciampai cascando a terra come un fesso. Avevo fatto appena in tempo ad accendere la luce. Neanche il tempo di rialzarmi che sentii uno scricchiolio provenire dal soffitto. Scattai in piedi, come una molla. Alzai la testa e vidi l'impossibile: il soffitto si stava abbassando molto lentamente e inesorabilmente. Amblivabol!

Si sentiva un piccolo scricchiolio come se all’interno del soffitto si stesse muovendo un ingranaggio. In automatico mi girai, cercai di aprire la porta e fuggire. La porta non si apriva. Tentai di aprirla con più forza. Ancora di più. Sudavo copiosamente. Quella cazzo di porta non si apriva. Lasciai cadere la giacca sul pavimento e mi precipitai verso la porta finestra della sala da pranzo. Chiusa. Cazzo!

Ovviamente anche quella della camera sarebbe stata chiusa! Ma valeva la pena tentare. Corsi veloce, provai a girare la maniglia ma era bloccata. Provai tutte le finestre. Erano chiuse. Ero un topo in gabbia.

Intanto il soffitto si abbassava. Dal ripostiglio presi la scopa e iniziai a colpire la porta. Sembrava indistruttibile. Andai a prendere una sedia in cucina e, ruotando il busto di 360°, la scagliai contro la porta. Nulla, non si apriva. Mi sentivo in trappola, mi tolsi la felpa, mi ero accaldato.

Avrei voluto avere un ariete, come quelle usate nel Medioevo per sfondare le grandi porte delle città, per aprire sto cazzo di portoncino. Cercai di forzarlo con il mio stesso peso. Diedi due spallate ma niente! Non si apriva. Non sapevo che fare. Il soffitto era arrivato ad un soffio dalla mia testa. La situazione era sempre più soffocante. Cercavo soluzioni che non riuscivo a trovare.

Mi precipitai in cucina e presi uno di quei coltelli piatti che non tagliano niente. Volevo metterlo sotto la porta per fare leva. Mi rendevo conto che era abbastanza improbabile che potessi ottenere qualche risultato ma non avevo altre carte da giocare.

Avrei voluto anche urlare; il tumulto dentro era così grade che la voce mi si strozzava in gola. Ero l'urlante muto di Munch. Il soffitto era sempre più basso. Ora ero costretto a stare piegato perché era impossibile stare totalmente eretto. Iniziai a dare calci alla porta, furiosi, disperati. Mi muovevo nella casa curvo come un vecchio rattrappito. Sbattevo le porte e facevo cadere tutto a caso, ero in prenda ad un misto di panico e paura. Non so se vi è mai capitato di avere veramente paura, una paura fottuta, quella che vi blocca, che paradossalmente fa allentare la tensione dei muscoli e vi svuota l'intestino. Detto tra noi, mi stavo cagando addosso.

Ormai dovevo muovermi accovacciato. Il soffitto continuava a scendere. Ero isterico, parlavo solo, urlavo ansimando. Con gli zigomi paonazzi e le chiappe brune, mi venne in mente di essere stato mille volte ad osservare nei bus quei piccoli martelletti color aragosta con la punta argentea che servivano a sfondare i vetri in caso di incidente. Non avete idea quante volte avevo immaginato e desiderato usarlo. Non ne avevo uno in casa, ma mi ricordai che in fondo ad un cassetto in camera da letto avevo una specie di zircone. L'idea era semplice: ripescare quel coso, prendere il martello e picchiarlo sulla porta vetro della cucina che dava sul balconcino.

Mi trascinai steso per terra, gomito dopo gomito, come soldato Joker in Full Metal Jacket. Arrivai in camera e smontai la cassettiera alla ricerca di quella pietruzza. La scena vista da fuori sarebbe stata abbastanza ridicola. Ero steso per terra e mi sollevavo sul dorso come un pesce per afferrare i cassetti. Alla fine la trovai, lì, in fondo nel primo cassetto, cazzo che bella!

Mi spostai nello studiolo, sempre trascinandomi sui gomiti. Dalla cassetta degli attrezzi, che fortunatamente era a terra e non nell'armadio praticamente distrutto, presi il martello. Muovendomi fra le macerie, mi portai in cucina, mi misi di traverso, appoggiai la pietra sul vetro e iniziai a martellare. Mi schiacciai praticamente tutte le dite della mano con cui tenevo la pietra. Il soffitto era cosi basso che quasi non potevo più muovere il braccio che usavo per dare martellate. Finalmente il vetro iniziò a scricchiolare frantumandosi sul mio viso.

Annaspando e con l’affanno cercai di raggiungere l’esterno. La parte superiore era fuori, rimanevano dentro gambe, ginocchia, stinchi, caviglie ...

Il soffitto aveva toccato il pavimento e nel mezzo c'erano i miei piedi. Li vedevo come due hamburgers. La vista mi si annebbiò, mi distesi e chiusi gli occhi. Ciao!